Il DNA e le frodi alimentari

Il caso della bistecca taroccata


L’analisi del DNA è ormai l’arma privilegiata in grado di provare le frodi alimentari. Nonostante l’etichettatura obbligatoria sia sempre più dettagliata e le filiere controllate, il rischio di acquistare prodotti “taroccati” esiste sempre, come dimostrano recenti sequestri di alimenti dei carabinieri del NAS. In questo articolo, vediamo su cosa si basa l’inferenza sull’attribuzione razziale di un taglio di carne e come periti e consulenti possono presentare l’evidenza raccolta.


Data l’attenzione sempre più intensa che noi consumatori diamo alla provenienza e alla qualità di ciò che compriamo, in particolare riguardo al cibo, l’etichettatura dei prodotti confezionati sta diventando via via più dettagliata. Attualmente le indicazioni obbligatorie per la carne bovina, oltre alla tipologia (vitello, vitellone, bovino adulto) sono quattro, e riguardano i Paesi in cui l’animale è nato, cresciuto, macellato e sezionato. L’indicazione della razza è facoltativa; però nei due casi che hanno ottenuto il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta in Italia la provenienza razziale degli individui macellati è prescritta dai disciplinari: Chianina, Marchigiana o Romagnola per il “Vitellone bianco dell’appennino centrale”, e Piemontese per il “Vitellone piemontese della Coscia”. Ovvio che il valore aggiunto dall’IGP invoglia i disonesti a spacciare carne di modesto lignaggio per bistecca di nobile casato: uno degli ultimi esempi riguarda il sequestro, in un rinomato ristorante di Firenze, di 30 kg di carne di provenienza estera da parte dei Carabinieri del NAS.

La rintracciabilità genetica nella filiera della carne

A questo proposito, sul sito #Natura dei Carabinieri si legge:

Oggi è possibile grazie all’esame del Dna riconoscere l’esatta provenienza (da quale animale e da quale allevamento) della bistecca che portiamo in tavola. Pertanto in caso di forti dubbi sulla carne acquistata nei punti vendita è possibile segnalare al desk anticontraffazione on line dei Carabinieri Tutela agroalimentare, presente sul sito del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Nell’attesa che questo test possa divenire “portatile” ed a basso costo per tutti i consumatori, buona Chianina a tutti, meglio se certificata IGP!

In effetti, la tecnologia attuale consentirebbe di costruire un sistema di rintracciabilità della carne bovina basato sulla genotipizzazione di ciascun individuo alla nascita, per poi poterne controllare il destino lungo tutta la filiera, e alcune organizzazioni di produttori hanno manifestato interesse a riportare eventualmente in etichetta una dizione del tipo: «sistema di rintracciabilità controllato mediante analisi del DNA» (verosimilmente perché il consumatore apprezzerebbe). Tuttavia, l’organizzazione pratica di un tale sistema di controllo è piuttosto complessa, trattandosi di una catena di analisi biologiche, ed è ancora in fase di sperimentazione.

Supponiamo comunque di dover affrontare un caso giudiziario in cui si ipotizza una frode alimentare, e che un magistrato chieda ad un perito di stabilire quale sia l’evidenza genetica che un certo taglio di carne, etichettato come Chianina, non sia tale. Come procederemmo?

Diversità genetica fra razze e popolazioni

La base razionale dell’analisi è costituita dal fatto che le specie animali, inclusa quella umana, sono suddivise in popolazioni locali, le quali, se restano isolate le une dalle altre per un tempo sufficiente, si diversificano per la frequenza delle varianti genetiche presenti nella specie: se ad esempio un certo marcatore genetico si può presentare in una specie in due tipi (mettiamo A e B), accadrà magari che in una certa popolazione sia prevalente il tipo A, mentre in un’altra sia prevalente il tipo B. Ciò è dovuto a spinte evolutive di varia natura, incluso anche l’effetto del caso. Le razze degli animali addomesticati non fanno eccezione, anzi, essendo esse popolazioni artificiali mantenute da un numero ridotto di riproduttori accuratamente selezionati, accumulano differenze genetiche a tassi più rapidi delle popolazioni naturali.

Il primo passo del perito è dunque quello di procurarsi, presso una università o altro ente di ricerca, un database genetico specifico della Chianina, in cui sono elencati una serie di marcatori con la lista dei tipi possibili per ciascuno di essi, e la loro frequenza relativa (la cui somma è uguale a uno per ogni marcatore). Il secondo passo è di determinare il profilo genetico della bistecca in questione per una quindicina di marcatori; il terzo passo è di calcolare la probabilità di quel dato profilo genetico usando il database della Chianina. Tutto ciò è relativamente semplice e ordinario.

Esempio di una possibile frode

A quel punto il perito deve trarre le sue conclusioni. Tanto per vedere che cosa potrebbe succedere in concreto se veramente una bistecca fosse taroccata, immaginiamo che la carne sia di una Frisona (che è la principale razza da latte in Italia, ed è anche una significativa fonte di carne); che sia Frisona però è ignoto a tutti tranne probabilmente al ristoratore imbroglione. Un valore di probabilità calcolato per il profilo genetico di 15 marcatori di una tipica frisona realmente esistita, utilizzando il database della Chianina, è risultato pari a 3.3 x 10-26, ovvero un numero con 25 zeri dopo la virgola. Il fatto che tale probabilità sia così minuscola non deve stupire, perché la probabilità di qualunque profilo genetico di qualunque individuo è estremamente bassa, e di per sé non dice nulla sull’eventualità che esso provenga da una chianina o meno.

Il problema che si deve porre il perito è il seguente: il valore testé calcolato è tipico di un bovino estratto a caso da una popolazione di Chianina o si colloca al di fuori della gamma normale di variabilità di quella razza? Nel primo caso non ci sarebbe alcuna evidenza che la carne non sia Chianina, mentre nel secondo caso resteremmo perlomeno perplessi. Il perito ricorre quindi ad una simulazione al computer, che è il metodo oggi più utilizzato nei campi più svariati della statistica. Egli genera un numero arbitrariamente grande di “chianine” costruendo profili genetici a caso usando il database Chianina, e determina come sono distribuiti i valori di probabilità calcolati per ciascuno di essi (sono tutti numeri piccolissimi, ma il perito si rende conto a prima vista che sono in massima parte maggiori di quello calcolato per la bistecca). In breve, su un milione di chianine simulate trova che 29 hanno un profilo genetico con una probabilità più bassa di quella della bistecca, o anche che 999.971 chianine simulate hanno un profilo genetico più probabile di esso (maggiore di 3.3 x 10-26). In altre parole, quel profilo genetico è talmente raro nella Chianina che la probabilità di trovarne per caso uno altrettanto raro è minore di 0,00003 (ovvero 3 su centomila, o anche circa 1 su 35.000).

Le conclusioni del perito

Qui si dovrebbe concludere l’analisi del perito. Un modo corretto di riportare il risultato al magistrato che ha posto il quesito potrebbe essere: “Se il taglio di carne fosse di Chianina, la probabilità di trovare un profilo genetico così raro, o ancora di più, sarebbe minore di 0,00003 o di circa 1 su 35.000”. Ciascuno a questo punto può formarsi la propria opinione; in un caso giudiziario è compito della Corte interpretare questo valore di probabilità, alla luce di tutte le altre evidenze indiziarie o probatorie emerse nelle indagini, e formulare la decisione finale sulla sussistenza o meno del fatto: è stata venduta come Chianina della carne che non era tale?

Il fascino discreto dei test genealogici

Questo il titolo di un’intervista che mi ha fatto Rita Charbonnier(*) (che ringrazio), pubblicata oggi sul suo sito.

Dei test genealogici parlo anche a pag. 96-97 del mio libro in relazione al loro uso nella giustizia penale, e della loro evoluzione verso un test globale di “affinità genetica”:

A questo punto l’attribuzione etnica di un soggetto sconfina nell’attribuzione famigliare. Concettualmente, questi due livelli di “imparentamento”, quello che si realizza attraverso una genealogia nota e quello che si realizza attraverso l’appartenenza ad un gruppo etnico definito non sono diversi: ciascuno di noi è strettamente imparentato (geneticamente affine) con i familiari di primo grado, lo è meno con i familiari di secondo grado e così via, ma nelle popolazioni umane stabili raramente il livello medio di parentela fra individui “non imparentati” è più basso di quello dei cugini terzi.

Questa è stata la base dell’individuazione di un altro serial killer, che aveva commesso numerosi orrendi crimini in California fra il 1976 e il 1986. In questo caso, il profilo genetico ad alta risoluzione (SNP) del criminale ottenuto dalle scene dei crimini è stato confrontato con quelli di GEDmatch, un database di circa 1 milione di profili DNA di utenti che hanno firmato la liberatoria per l’uso dei propri dati. La ricerca ha così identificato un cugino di terzo grado del killer; ne è seguita una meticolosa ricerca (cinque investigatori impegnati per quattro mesi a ricostruire genealogie, nome per nome, esaminando i registri dei censimenti, i necrologi dei giornali, le tombe dei cimiteri, ecc.), per ricostruire l’intera genealogia a partire dall’antenato comune vissuto ai primi del 1800.

Uno dei rami finalmente condusse ad un ex-poliziotto in pensione di 72 anni che stava tranquillamente vivendo il suo ritiro: il suo DNA, estratto da un oggetto da lui maneggiato, coincideva con quello del killer, e il riscontro è stato poi confermato da un test del DNA standard; Joseph James DeAngelo Jr., il presunto killer, è stato arrestato a Citrus Heights (California) il 24 aprile 2018.

Un articolo che riassume i numerosi altri esempi di uso del test genealogico nelle indagini penali e ne esamina le implicazioni etiche è il seguente:

Solana Lund, Ethical Implications of Forensic Genealogy in Criminal Cases, 13 J. Bus. Entrepreneurship & L. 185 (2020)

(*) Rita Charbonnier è giornalista e scrittrice, oltre che attrice e sceneggiatrice. Il suo ultimo romanzo è Figlia del cuore (Marcos y Marcos 2020). Il suo blog contiene oltre 400 articoli su vari argomenti, fra i quali il tema della “Famiglia” assume un ruolo preminente.

Un incontro virtuale su Facebook

Rimedia è una società di giuristi con base a Pisa, che opera nel settore della risoluzione delle controversie civili. Il dr. Gabriele Pardo, fondatore della società stessa, mi ha recentemente proposto di vederci su Facebook per organizzare una “diretta” in cui conversare del mio libro. Ho aderito volentieri e lo ringrazio. il video che ne è scaturito è disponibile su Facebook, sulla pagina di Rimedia oltre che sulla mia. Chi non accede a Facebook lo può vedere su YouTube

Fuori tema: l’andamento della pandemia nel mondo (13 maggio)

I dati sul numero quotidiano di contagi e di morti da SARS-CoV-2 per paese provengono da qui.

Ho considerato i morti, in quanto non solo rappresentano un indice “forte” della gravità della pandemia, ma probabilmente sono anche il dato più confrontabile fra paesi, nonostante le varie fonti di incertezza sul computo delle morti che sono realmente causate dal virus.

I paesi che hanno riportato almeno 1000 morti al 13 maggio sono in tutto 22: in ordine di numerosità totale decrescente, USA, UK, Italia, Spagna, Francia, Brasile, Belgio, Germania, Iran, Olanda, Canada, Cina, Turchia, Messico, Svezia, India, Ecuador, Russia, Perù, Svizzera, Irlanda, Portogallo.

Il grafico seguente mostra le medie mobili calcolate su sette giorni (l’unica correzione apportata è l’eliminazione di 1290 morti che la Cina ha aggiunto in un solo giorno il 17 aprile):

Il quadro di insieme mostra chiaramente una generale tendenza al contenimento dell’epidemia, ma è utile discriminare fra i paesi.

A) Tre paesi, Cina, Svizzera e Portogallo, sembrano aver controllato l’epidemia fino a spegnerla o quasi; un quarto paese, l’Irlanda, è sulla stessa via ( ma la raccolta dei dati appare più episodica) :

B) Undici paesi, Usa, Uk, Italia, Spagna, Francia, Belgio, Germania, Iran, Olanda, Turchia e Svezia, mostrano una tendenza consolidata alla diminuzione delle morti. La tendenza sembra lineare su scala logaritmica, che significa che la diminuzione tende a scemare nel corso del tempo, ovvero che la coda sarà molto lunga prima di ridursi a valori bassi in assoluto. Si distinguono le curve di Usa e Uk, la cui pendenza è relativamente minore che negli altri paesi:

C) Sei paesi, Brasile, Canada, Messico, India, Russia e Perù, non hanno ancora imboccato la via della discesa (il Canada vi è vicino); anche l’Equador sembra appartenere a questo gruppo:

Qualche commento

Il lockdown su scala mondiale ha generalmente fermato la crescita esponenziale del contagio, però non dappertutto, e comunque non ha fermato la propagazione locale del virus.

Con l’avanzata della bella stagione nell’emisfero nord, la gente non ne può più del contenimento, e a ciò si aggiunge la preoccupazione degli imprenditori che vedono approssimarsi il rischio del fallimento; tutto ciò sembra aver messo in secondo piano l’importanza del controllo della pandemia.

Il virus non solo uccide una minoranza dei contagiati, ma lascia in una frazione dei “guariti” pesanti conseguenze a lungo termine che si stanno cominciando a valutare solo ora.

Sembra che i governi si stiano assuefacendo all’idea che il virus non si può eliminare, e che uno stillicidio di vittime, tale comunque che non saturi le strutture sanitarie, è inevitabile. Resta da vedere quanto grande sia questo tributo che accettiamo di pagare per non impoverirci troppo, e resta ancora l’incognita dello scoppio di focolai incontenibili. Chi vivrà vedrà.

Il disastro di massa del 3 ottobre 2013 a Lampedusa

Why Lampedusa remains an island of hope for migrants | World news ...

Il 3 ottobre 2013 un barcone carico di migranti era giunto, di notte, in vista della costa di Lampedusa. Qualcuno a bordo accese uno straccio per chiamare soccorsi, ma il fuoco diventò un incendio, e il panico che ne sortì causò il rovesciamento e l’affondamento quasi istantaneo dell’imbarcazione. Un breve “speciale” dell’ANSA a cinque anni dalla tragedia si trova qui.

La notizia del disastro esplose sui media italiani e internazionali, e mostrò al mondo la dimensione epocale dell’ecatombe che avveniva silenziosamente e quotidianamente nel Mediterraneo (forse ora che un altro tipo di ecatombe ci colpisce direttamente sentiamo quelle persone un po’ più vicine). Una task force della Polizia Scientifica fu inviata sull’isola, e riuscì a raccogliere un minimo di documentazione di tutti i corpi recuperati, incluso il campionamento biologico per l’analisi del DNA. Negli anni successivi il governo italiano costruì un complesso meccanismo volto all’identificazione, fra tutti quei morti, del (o dei) famigliari che i loro congiunti, sparsi in Europa, ritenevano fossero a bordo e non avevano dato più notizia di sè (gli “Scomparsi”).

La Dr.ssa Barbara Bertoglio, Assegnista presso il Laboratorio di Antropologia ed Odontologia Forense dell’Università di Milano (LABANOF), ha partecipato al gruppo di lavoro scientifico che fu costruito fra le università di Milano, Pavia e Pisa e si occupò della ricerca e dell’identificazione degli Scomparsi fra le vittime del disastro, in particolare di quella basata sul DNA. Mi ha mandato un contributo di cui la ringrazio e pubblico qui di seguito.

L’applicazione della genetica forense ai disastri di massa

I disastri di massa sono eventi inattesi che causano la morte di molte persone. Ne sono un esempio i numerosi naufragi avvenuti nel Mar Mediterraneo negli ultimi anni. Si tratta di disastri di massa definiti “aperti”, in quanto non si hanno informazioni in merito ai passeggeri, a differenza di quanto avviene, ad esempio, nei disastri aerei.

In tali situazioni la genetica forense contribuisce all’identificazione delle vittime, collaborando con altre discipline, quali la medicina legale, l’antropologia e l’odontologia forense.

Ciò è reso possibile dal confronto dei profili genetici delle vittime con quelli dei presunti parenti che ne denunciano la scomparsa. In pratica, il metodo utilizzato nelle indagini di paternità (descritto nel capitolo ottavo del libro) viene applicato in un contesto più ampio, dove il confronto non è più 1 vs 1, ma 1 vs molti (un presunto parente vs molte vittime), al fine di individuare a quale vittima corrisponda la persona cercata. Poiché risulta complesso eseguire tutti i calcoli manualmente, esistono software che aiutano nelle analisi, uno dei quali, liberamente disponibile, è “FAMILIAS”.

Negli ultimi anni la genetica forense sta fornendo il proprio contributo nell’identificazione dei migranti. Il primo studio effettuato riguarda uno dei più grandi naufragi verificatisi nel Mar Mediterraneo, il naufragio avvenuto il 3 Ottobre 2013 a poche miglia dalle coste di Lampedusa. Il numero totale dei corpi recuperati ammonta a 366, ma non si conosce ancora il numero esatto delle vittime.

Le indagini sono coordinate dall’Ufficio del Governo del Commissario Straordinario per le Persone Scomparse che, insieme al laboratorio LABANOF (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense) dell’Università degli Studi di Milano, sta cercando di restituire un’identità alle vittime del Mediterraneo. A tale scopo, è stato creato un database contenente le informazioni raccolte dalle vittime durante la fase di ispezione dei corpi svolta dalla Polizia Scientifica di Palermo, inclusi i profili genetici, al fine di confrontarle con quelle dei presunti parenti. A differenza di altri disastri, quali i disastri aerei, non avendo in questo caso a disposizione una lista passeggeri, risulta difficile contattare direttamente i familiari, che si potrebbero trovare in qualsiasi paese d’Europa e del mondo. Per questo motivo, è stata lanciata una call internazionale e, grazie al lavoro svolto in collaborazione con Organizzazioni Umanitarie, Croce Rossa Italiana (CRI), Croce Rossa Svizzera (CRS) e Internazionale (ICRC), è stato possibile rintracciare finora i parenti di 53 persone presumibilmente scomparse il 3 Ottobre 2013.

Dal punto di vista genetico, lo scenario è complesso. Generalmente sono disponibili campioni genetici di un solo parente per ciascuna persona scomparsa, solitamente genitori/figli o fratelli, ma a volte solo parenti di secondo grado, mentre le linee guida richiederebbero più campioni di parenti di primo grado per la stessa persona scomparsa al fine di confermare l’identificazione. In aggiunta, sono pochi i dati genetici relativi alle popolazioni di origine delle vittime, utili per dare un peso ai riscontri individuati.

Tenendo conto delle difficoltà, il Laboratorio di Genetica Forense dell’Università degli Studi di Pavia in collaborazione con l’Università di Pisa ha definito una procedura genetico-statistica volta a cercare le possibili parentele biologiche all’interno del gruppo delle vittime e tra le vittime e i presunti parenti, entrambi tipizzati per gli stessi 16 marcatori autosomici (STR). I casi che avessero fornito esiti dubbi sarebbero stati sottoposti ad ulteriori indagini genetiche ampliando il numero di marcatori (21 STRs totali), includendo anche quelli localizzati sul cromosoma Y e il DNA mitocondriale.

L’approccio adottato per le vittime del 3 Ottobre 2013 ha permesso di identificare in totale 32 vittime su 41 persone dichiarate scomparse e per le quali era disponibile un campione genetico del parente di confronto (78%). Tali risultati hanno confermato l’affidabilità dell’approccio utilizzato e che anche in disastri complessi come quello di Lampedusa è possibile identificare le vittime.

Attualmente, lo stesso approccio è applicato anche ad altri disastri avvenuti nel Mar Mediterraneo, quale quello del 18 Aprile 2015 avvenuto nei pressi delle coste libiche e oggi ricordato come il naufragio più devastante per il numero di vittime (stimato a circa 800-900 persone). Le operazioni di recupero svoltesi a Luglio 2016, grazie a un’imponente operazione sostenuta dal Governo Italiano e che ha visto coinvolti la Marina Militare Italiana, la Croce Rossa Italiana, i Vigili del Fuoco e diverse Università italiane coordinate dall’Università degli Studi di Milano, hanno permesso di recuperare 528 corpi e numerosi resti commisti. Attualmente sono in corso indagini approfondite sulle vittime e la raccolta dei dati dai presunti parenti al fine di identificare queste persone (v. ad es. l’articolo su Le Scienze).

La base metodologica e i risultati delle analisi sono stati pubblicati in particolare nei seguenti articoli scientifici:

Olivieri L, Mazzarelli D, Bertoglio B, De Angelis D, Previderè C, Grignani P, Cappella A, Presciuttini S, Bertuglia C, Di Simone P, Polizzi N, Iadicicco A, Piscitelli V, Cattaneo C. (2018) Challenges in the identification of dead migrants in the Mediterranean: The case study of the Lampedusa shipwreck of October 3rd 2013. Forensic Sci Int. 285:121-128. DOI: 10.1016/j.forsciint.2018.01.029

Bertoglio B, Grignani P, Di Simone P, Polizzi N, De Angelis D, Cattaneo C, Iadicicco A, Fattorini P, Presciuttini S, Previderè C. Disaster victim identification by kinship analysis: the Lampedusa October 3rd, 2013 shipwreck. (2020) Forensic Sci Int Genet. 44:102156. DOI:https://doi.org/10.1016/j.fsigen.2019.102156

Per chi volesse approfondire, è disponibile il libro della prof.ssa Cristina Cattaneo o i gli articoli di Repubblica, Il Foglio e Internazionale


Un’intervista su scientificast.com

Scientificast è un sito di divulgazione scientifica basato prevalentemente, anche se non solo, su interventi ed interviste in voce. Nel 2014 e nel 2016 è stato premiato come miglior Podcast del web italiano al Macchianera Italian Awards.

Qualche tempo fa, prima del lockdown, il dr. Daniele Molaro, fisico e socio della piattaforma, mi ha chiesto un incontro e molto volentieri ho aderito. L’intervista che ne è scaturita è stata ora pubblicata all’interno della puntata “Isotopi in microfibra” (la mia parte inizia circa al ventesimo minuto).

Grazie a Scientificast e auguri di sempre più larga diffusione.

D.: Nel suo libro affronta il tema della genetica forense. Ci vuole dire di che cosa si occupa la genetica forense?

R.: La genetica forense ha come obiettivo l’identificazione dell’individuo sulla base del DNA. Questo ha a che fare sia in ambito penale, perchè si cerca di individuare chi ha commesso un certo reato, ma ha a che fare anche in ambito civile perché si cerca di identificare qual è, ad esempio, il padre di un certo individuo. …

Un’intervista su letture.org

Il pregevole sito web Letture.org mi ha fatto la cortesia di chiedermi un’intervista. La potete trovare qui. Questo è l’incipit:

L’analisi del DNA è sempre in grado di produrre l’identificazione certa di un individuo?
No. Anzi: l’analisi del DNA non produce praticamente mai un’identificazione certa di un dato individuo. Può sembrare paradossale che una tecnica così sofisticata non possa arrivare a dare una risposta definitiva se non in casi particolari, ma di fatto con questo paradosso dobbiamo convivere. È in buona parte questo il motivo che mi ha spinto a scrivere il libro.

Una situazione in cui il DNA identifica con certezza l’individuo che ha lasciato una traccia biologica è quella di un carcere, o anche di un’isola …

E se la fenotipizzazione facciale fosse usata a scopo di repressione di massa?

La fenotipizzazione (ne parlo a pag. 12 del libro), è l’estrapolazione delle caratteristiche somatiche di una persona a partire dal suo DNA; un aspetto particolare di questa metodologia riguarda la ricostruzione della morfologia facciale, o l’identikit. Nel corso degli ultimi anni sono stati condotti una decina di studi di associazione genomica (genome-wide association studies, pag. 39), alla ricerca di polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) che siano predittivi di specifiche caratteristiche del viso. In questo tipo di analisi diverse migliaia di individui vengono tipizzati ciascuno per centinaia di migliaia o milioni di SNP, e a ciascun profilo genetico viene abbinata l’immagine tridimensionale ad alta risoluzione del volto. È così possibile correlare la distanza fra punti di riferimento sul viso a specifiche varianti genetiche, e costruire quindi un algoritmo che faccia il percorso inverso, dal DNA al volto. Sono stati finora identificati oltre 50 loci, le cui varianti sono più o meno associate ad una trentina di tratti facciali; va detto, tuttavia, che la predizione del viso sulla base di tali polimorfismi non migliora di molto quella che si può ottenere, sempre dal DNA, per l’appartenenza etnica, il sesso e l’età. C’è ancora molto da fare in questo campo.

Un articolo del New York Times (3 dicembre 2019) riporta che un gruppo di ricerca cinese, basato nella città di Tumxuk, nella regione cinese del Xinjiang all’estremo confine occidentale, abitata dagli Uiguri, sta attivamente cercando di trovare il modo per utilizzare il DNA per creare l’immagine del volto di una persona. Negli articoli pubblicati su riviste internazionali (link1, link2) gli autori affermano di aver seguito le norme etiche riconosciute globalmente, che richiederebbero la volontarietà della donazione dei campioni biologici e la sottoscrizione di un “consenso informato”, ma si sospetta che nello Xinjiang tali norme siano violate. Secondo alcuni uiguri espatriati, il governo raccoglie campioni sotto la veste di un programma obbligatorio di controllo sanitario, quindi senza bisogno di chiedere il consenso e senza vincolarsi a riportare i risultati a ciascun individuo; inoltre nella regione dello Xinjiang oltre un milione di uiguri sono internati nei campi di “rieducazione”, e non hanno evidentemente possibilità di scelta.

Data la repressione vigente nello Xinjiang, gli esperti temono che la Cina stia costruendo uno strumento che potrebbe essere usato a fini discriminatori contro gli Uiguri, e in futuro contro altre minoranze. A lungo termine potrebbe infatti essere possibile utilizzare le immagini prodotte da un campione di DNA per inserirle nei sistemi di sorveglianza di massa e di riconoscimento facciale che la Cina sta costruendo, migliorando quindi la capacità di rintracciare e controllare i dissidenti e i contestatori.

La comunità scientifica statunitense si mostra allarmata, soprattutto dal fatto che il frutto degli sforzi della collettività scientifica internazionale, per sua natura aperta alla condivisione dei risultati, possa essere utilizzato per scopi polizieschi in violazione dei diritti umani fondamentali.

Chissà dove stiamo andando…

L’identificazione genetica di Al Baghdadi

Emma Yasinski si chiede, su “TheScientist” online di ieri (31 ottobre 2019), se possa essere vero che i resti di Al Baghdadi siano stati confermati geneticamente in soli 15 minuti, come ha affermato Trump.

Che siano già disponibili anche commercialmente strumenti da banco che producono profili individuali di qualità forense in un’ora e mezza è noto, ma che nel caso di Al Baghdadi la conferma fosse disponibile già 15 minuti “dopo che lui è stato ucciso” è sorprendente. Che i militari abbiano sviluppato una loro tecnologia segreta?

Se non cediamo al nostro istinto complottista, dobbiamo pensare che Trump, o qualcuno per lui, abbia voluto esagerare. Però la questione del “Rapid DNA test” è già molto attuale: L’FBI definisce il Rapid DNA come “il processo completamente automatico (senza interventi manuali) che genera un profilo genetico dei loci base del CODIS da un tampone buccale”. Tale processo – dal campione al profilo – consiste “nell’automatizzazione di estrazione, amplificazione, separazione, rivelazione, e identificazione allelica, senza interpretazione umana”.

Finché si tratta di operare in strutture fisse dedicate tale compito non appare particolarmente estremo; il problema è però di sviluppare uno strumento che possa essere portato in campo e usato da non-tecnici: ciò significa che esso non deve solo essere portatile e facile da usare, ma che deve poter utilizzare reagenti conservati a temperatura ambiente, e deve essere in grado di sopportare notevoli scosse senza dover essere ricalibrato.

La ANDE, compagnia biotecnologica di Boston fondata nel 2004, ha fatto del “Rapid DNA” la sua missione istitutiva, e ha prodotto il primo strumento approvato dall’FBI, nel 2018. Anche La Termo Fisher Scientific ha prodotto e commercializzato due strumenti per il Rapid DNA, il cui uso è stato autorizzato da alcuni stati americani per l’uso da parte di stazioni di polizia (ne parlo a pag. 12).

Rappresentanti delle due compagnie intervistati da Emma Yasinski non si sono voluti esprimere sulla possibilità di un “rapid test” da 15 minuti, ma comunque non considerano il limite attuale dei 90 minuti come definitivo.